È morto a 93 anni il regista che ha fatto arrossire l’Italia. Da Stefania Sandrelli a Serena Grandi, da Debora Caprioglio a Claudia Koll, ha trasformato la sensualità in cinema. Ma dietro il suo sorriso malizioso si nascondeva un uomo romantico, segnato dalla perdita della prima moglie e salvato da un nuovo amore.
Aveva fatto arrossire l’Italia, sfidato la censura, trasformato donne bellissime in dive del cinema e raccontato il desiderio come nessun altro. Ma dietro gli occhiali, il sigaro immancabile e quel sorriso furbo che sembrava nascondere sempre un pensiero proibito, Tinto Brass custodiva anche un cuore romantico. Un uomo capace di amare la stessa donna per quasi mezzo secolo, di soffrire profondamente per la sua perdita e di innamorarsi di nuovo quando ormai sembrava che la vita non avesse più sorprese da regalargli.
Oggi il maestro dell’eros italiano non c’è più. Tinto Brass si è spento a Roma il 4 novembre 2026, all’età di 93 anni, lasciando dietro di sé una carriera straordinaria, film che hanno fatto scandalo, attrici diventate icone e una vita vissuta senza mai chiedere il permesso di essere se stesso.
Per intere generazioni il suo nome è stato sinonimo di trasgressione. Bastava pronunciarlo per evocare immagini sensuali, scene audaci, donne dalle forme generose e storie di passioni clandestine. Eppure ridurre Tinto Brass al regista dei film erotici significherebbe dimenticare una parte fondamentale della sua storia. Perché prima di diventare il re dell’eros era stato un giovane intellettuale innamorato del cinema sperimentale, un ribelle che combatteva contro le convenzioni e un artista che aveva fatto della libertà la propria ragione di vita.
E anche quando il successo, le polemiche e gli scandali lo trasformarono in un personaggio popolare, Tinto non smise mai di essere quel ragazzo curioso che voleva guardare il mondo da un’angolazione diversa.
Da Giovanni a Tinto: il bambino veneziano che sognava di fare cinema
Il suo vero nome era Giovanni Brass. Nato a Milano il 26 marzo 1933, era cresciuto a Venezia, una città che avrebbe segnato per sempre il suo modo di guardare la bellezza, l’arte e le donne. Il soprannome Tinto glielo aveva regalato il nonno Italico Brass, pittore e scenografo, che lo chiamava Tintoretto. Un nome destinato a diventare celebre in tutto il mondo.
In famiglia, però, per lui si immaginava un futuro diverso. Il padre Alessandro era un noto avvocato e Giovanni studiò giurisprudenza, laureandosi nel 1957. Ma i tribunali non erano il suo mondo. A interessarlo erano le immagini, le storie, il potere di una macchina da presa.
Così partì per Parigi, dove lavorò alla prestigiosa Cinémathèque Française ed entrò in contatto con i giovani registi della Nouvelle Vague. Tornato in Italia, collaborò con Roberto Rossellini e altri grandi autori, imparando il mestiere direttamente sul campo.
Nel 1963 debuttò alla regia con Chi lavora è perduto, un film che raccontava il disagio di un giovane insofferente alle regole della società. La censura intervenne subito. Brass, invece di piegarsi, cambiò il titolo originale, In capo al mondo, trasformandolo in una provocazione ancora più esplicita.
Era nato un regista che non avrebbe mai avuto paura di sfidare le convenzioni.
Negli anni successivi sperimentò generi diversissimi. Diresse Alberto Sordi e Silvana Mangano in due episodi di La mia signora, realizzò il western Yankee, il thriller Col cuore in gola e opere d’avanguardia come Nerosubianco e L’urlo, con Gigi Proietti.
Pochi sanno che gli venne persino proposto di dirigere Arancia meccanica, il film che sarebbe poi diventato uno dei capolavori di Stanley Kubrick. Brass rinunciò per dedicarsi a L’urlo. Anni dopo raccontò di non essersene pentito. Torino Film Fest+1
«Caligola», il film scandalo che gli cambiò la vita
La svolta arrivò negli anni Settanta. Con Salon Kitty, ambientato nella Germania nazista, Brass cominciò a esplorare apertamente il rapporto tra sesso e potere. Il film fece discutere, ma il vero terremoto arrivò con Caligola.
Interpretato da Malcolm McDowell, Helen Mirren, Peter O’Toole e John Gielgud, il film raccontava gli eccessi dell’imperatore romano tra violenza, intrighi e scene sessuali esplicite. La lavorazione fu tormentata, i contrasti con la produzione durissimi e il risultato finale venne profondamente modificato rispetto alle intenzioni del regista.
Brass arrivò a disconoscere la versione distribuita.
Il film, però, diventò un caso internazionale. Sequestri, polemiche, accuse di oscenità: il nome di Tinto Brass finì sulle prime pagine dei giornali e la sua fama di regista scandaloso si consolidò definitivamente.
Eppure la vera consacrazione popolare doveva ancora arrivare.
Stefania Sandrelli, Serena Grandi, Debora Caprioglio: le donne che diventarono dive grazie a lui
Nel 1983 uscì La chiave, con Stefania Sandrelli. Ambientato nella Venezia degli anni Quaranta, raccontava le fantasie e i desideri di una coppia sposata. La Sandrelli, già attrice affermata, mostrò una sensualità nuova, più matura e audace, sorprendendo il pubblico.
Il film fu un grande successo e inaugurò la stagione più celebre del cinema di Brass.
Due anni dopo arrivò Miranda, con Serena Grandi. L’attrice interpretava una locandiera esuberante, corteggiata da uomini diversi e decisa a vivere la propria sensualità senza sensi di colpa. Il film la trasformò in uno dei sex symbol più popolari degli anni Ottanta.
Nel 1987 fu la volta di Francesca Dellera con Capriccio, mentre nel 1991 arrivò Paprika, con Debora Caprioglio, che raccontava la storia di una giovane donna entrata nel mondo delle case di tolleranza.
E poi Claudia Koll, protagonista di Così fan tutte, nel 1992, in un ruolo audace che avrebbe segnato profondamente la sua immagine pubblica. Anni dopo l’attrice avrebbe intrapreso un percorso personale e spirituale molto diverso, allontanandosi da quel tipo di cinema.
Infine Anna Ammirati, protagonista di Monella, nel 1998, altro film che fece discutere per la sua rappresentazione della scoperta della sessualità e Raffaella Ponzo, sensuale e infantile allo stesso tempo, in Fallo!.
Brass amava le donne formose, i corpi morbidi, le curve generose. Non inseguiva il modello della bellezza perfetta e irraggiungibile. Preferiva donne vitali, sorridenti, capaci di giocare con la propria sensualità.
Aveva anche una passione cinematografica inconfondibile: il lato B femminile, che considerava uno degli elementi più affascinanti della bellezza. Una predilezione diventata quasi un marchio di fabbrica, tanto che il regista amava scherzarci apertamente, anche nelle interviste.
Ma il suo cinema non era fatto soltanto di nudità. C’erano gli specchi, le porte socchiuse, gli sguardi indiscreti, i costumi d’epoca, gli ambienti raffinati e soprattutto il piacere del gioco. Le sue protagoniste ridevano, provocavano, desideravano. E spesso erano proprio loro a prendere l’iniziativa.
Non tutti, naturalmente, condividevano questa visione. Per alcuni Brass aveva celebrato la libertà femminile; per altri aveva costruito un universo dominato dallo sguardo maschile. Una discussione che accompagna ancora oggi la sua eredità cinematografica. Treccani+1
Il suo cinema tra erotismo, ironia e trasgressione
Negli anni Novanta e Duemila Brass continuò a esplorare il desiderio con film come L’uomo che guarda, tratto da Alberto Moravia, Fermo posta Tinto Brass, Tra(sgre)dire, Senso ’45, Fallo! e Monamour.
Spesso appariva personalmente nelle sue pellicole, con piccoli ruoli o camei nei quali sembrava divertirsi a strizzare l’occhio agli spettatori.
Il suo nome era ormai diventato un marchio. Bastava leggere «un film di Tinto Brass» su una locandina per sapere che cosa aspettarsi: sensualità, provocazione, ironia e una buona dose di scandalo.
Ma dietro quell’immagine popolare continuava a vivere il regista sperimentale degli esordi, quello che aveva studiato il cinema a Parigi e che considerava il montaggio, la luce e la composizione delle immagini strumenti fondamentali della narrazione.
Non a caso, nel 2002 la Cinémathèque Française gli dedicò una retrospettiva intitolata Elogio della carne. Un riconoscimento importante per un autore spesso liquidato troppo sbrigativamente come semplice regista di film erotici.
Carla Cipriani, la moglie che rimase al suo fianco per quasi cinquant’anni
Ma mentre sul grande schermo raccontava tradimenti, amanti e passioni proibite, nella vita privata Tinto Brass aveva accanto una donna che rappresentava il suo punto fermo: Carla Cipriani.
I due si erano sposati nel 1957, quando lui era ancora un giovane aspirante regista. Carla, soprannominata affettuosamente Tinta, apparteneva a una nota famiglia veneziana: era la sorella di Arrigo Cipriani, il celebre proprietario dell’Harry’s Bar.
Non fu soltanto una moglie. Carla diventò una collaboratrice preziosa, partecipando alla scrittura dei film e lavorando come segretaria di edizione. Conosceva il carattere del marito, le sue idee, le sue provocazioni e il suo modo di concepire il cinema.
Insieme ebbero due figli, Bonifacio e Beatrice, e costruirono una vita che univa famiglia e lavoro.
La loro storia attraversò decenni di successi, difficoltà e scandali. Mentre Tinto diventava il regista più provocatorio d’Italia, Carla rimaneva una presenza fondamentale, lontana dal clamore delle cronache.
Quando morì, nel 2006, dopo quasi cinquant’anni di matrimonio, per Brass fu un colpo durissimo.
L’uomo che aveva raccontato tante forme del desiderio si ritrovò a fare i conti con l’assenza della donna che aveva condiviso praticamente tutta la sua vita adulta.
Eppure, proprio quando sembrava che la stagione dei grandi sentimenti fosse finita, il destino aveva in serbo un nuovo incontro. Corriere della Sera+1
Caterina Varzi, la donna che gli restituì il sorriso
Nel 2007 Tinto Brass incontrò Caterina Varzi, avvocata ed ex psicoanalista, in occasione di un progetto professionale.
Caterina si occupava degli aspetti legali di un possibile documentario dedicato al regista. Il progetto non andò in porto, ma quell’incontro cambiò le loro vite.
Lei rimase colpita dalla sua intelligenza, dalla cultura e dal modo anticonformista con cui affrontava anche le questioni più difficili. Dietro il personaggio pubblico scoprì un uomo brillante, ironico e molto diverso dall’immagine di provocatore che lo accompagnava da decenni.
Tra loro nacque un legame profondo.
Nel 2010, però, Brass fu colpito da una grave emorragia cerebrale. La sua vita cambiò improvvisamente. Dovette affrontare una lunga e difficile ripresa, con conseguenze che limitarono progressivamente la sua autonomia.
Per un uomo abituato a vivere attraverso il movimento, le immagini e la libertà del corpo, fu una prova durissima. In seguito avrebbe raccontato di avere attraversato anche momenti di profondo sconforto.
Caterina gli rimase accanto, aiutandolo a ritrovare una quotidianità e nuovi motivi per sorridere.
Il 3 agosto 2017, quando Tinto aveva 84 anni, i due si sposarono.
Un matrimonio arrivato in un’età in cui molti pensano che l’amore appartenga ormai ai ricordi. Per loro, invece, rappresentò un nuovo inizio.
Caterina divenne anche custode del suo patrimonio artistico e insieme lavorarono alla ricostruzione della sua storia, raccontata nel libro Una passione libera.
Negli ultimi anni era lei ad accompagnarlo, proteggerlo e condividere con lui le giornate nella casa di Isola Farnese, alle porte di Roma. Corriere della Sera+1
Gli ultimi anni: il sigaro, la televisione e quella voglia di vivere che non lo abbandonava
Negli ultimi tempi Tinto Brass si era allontanato dai set e dalle apparizioni pubbliche. I problemi di salute avevano ridotto la sua mobilità, ma non avevano cancellato la sua ironia.
Nella casa di Isola Farnese trascorreva le giornate tra televisione, ricordi e conversazioni con Caterina. Amava guardare film, programmi televisivi e sport. E continuava a fumare il suo sigaro, nonostante i medici glielo avessero sconsigliato.
Ancora nell’aprile 2026, pochi mesi prima della morte, aveva accolto un giornalista del Corriere della Sera nel giardino della sua abitazione. Aveva 93 anni, sorseggiava una limonata e teneva acceso l’immancabile sigaro. Caterina cercava di ricordargli le raccomandazioni dei medici, ma lui continuava a scherzare sulla propria indisciplina.
Raccontava persino di concedersi il gelato al cioccolato a pranzo e a cena.
Piccole trasgressioni quotidiane, lontanissime dagli scandali cinematografici che lo avevano reso famoso, ma perfettamente coerenti con il suo carattere.
Era un uomo anziano, segnato dalla malattia, eppure continuava a coltivare progetti e a parlare di cinema. Come se la fantasia, quella, non potesse davvero invecchiare. la Repubblica+1
L’ultimo riconoscimento a Venezia e il desiderio di tornare nella laguna
Nel 2026, pochi mesi prima della scomparsa, la Mostra del Cinema di Venezia gli aveva reso omaggio con il Premio Pietro Bianchi, riconoscendo il valore di un autore capace di attraversare generi ed epoche senza rinunciare alla propria originalità.
Era un tributo particolarmente significativo perché Venezia non era soltanto la città della sua infanzia. Era il luogo al quale Brass si sentiva profondamente legato, quello che aveva alimentato il suo immaginario artistico e sentimentale.
E proprio alla laguna veneziana era legato uno dei suoi ultimi desideri.
In occasione del novantesimo compleanno aveva raccontato di volere che, dopo la morte, le sue ceneri venissero disperse nelle acque di Venezia.
Un desiderio semplice e poetico, quasi sorprendente per un uomo che aveva costruito la propria fama sulla provocazione.
Come se, alla fine, volesse tornare dove tutto era cominciato. Italpress+1
L’addio a 93 anni: i funerali privati e il ricordo di un uomo fuori dagli schemi
Tinto Brass è morto nella mattinata del 4 novembre 2026, intorno alle 10.30, a Roma. A comunicarne la scomparsa sono stati la moglie Caterina Varzi e i figli Bonifacio e Beatrice.
La famiglia ha annunciato che i funerali si svolgeranno in forma strettamente privata.
Una scelta discreta per salutare un uomo che, per tutta la vita, aveva fatto parlare di sé.
Con lui scompare uno degli ultimi grandi personaggi del cinema italiano, un regista capace di trasformare il proprio nome in un simbolo, nel bene e nel male. Un artista che non ha mai cercato di piacere a tutti, che ha accettato le critiche senza rinunciare alle proprie idee e che ha attraversato decenni di cambiamenti culturali restando fedele al proprio sguardo.
Ma forse, ripensando alla sua storia, la cosa più sorprendente è proprio il contrasto tra l’immagine pubblica e la vita privata.
Il regista delle passioni proibite aveva conosciuto un matrimonio durato quasi cinquant’anni. L’uomo che celebrava la vitalità del corpo aveva dovuto affrontare la malattia e la perdita dell’autonomia. Il provocatore che amava scandalizzare aveva trovato, negli ultimi anni, la serenità nei piccoli gesti quotidiani accanto alla donna amata.
E allora viene naturale immaginarlo ancora una volta con il suo sigaro, gli occhiali e quel sorriso divertito, mentre osserva il mondo come se avesse appena scoperto qualcosa di irresistibilmente buffo.
Perché Tinto Brass ha fatto del desiderio il protagonista dei suoi film, ma nella sua vita ha raccontato anche un’altra storia, forse la più bella: quella di un uomo che non ha mai smesso di amare.
Addio Tinto. Hai insegnato a intere generazioni che il desiderio non deve vergognarsi. E ci lasci una lezione ancora più grande: la libertà di essere se stessi, fino all’ultimo.




